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Antonio Cornoldi – anno 1950 – Inizia la stagione di ricerca etnocoreutica in Veneto

pubblicato il : 13 Marzo 2023 autori : Dario FIORIN & Michela BORTOLATO

  • INTRODUZIONE
    Antonio CORNOLDI è da considerare il padre della ricerca sul campo in ambiente etnocoreutico Veneto, essendo stato il primo ricercatore che ha affrontato la questione della raccolta e della trascrizione delle danze popolari,  sebbene il suo lavoro fosse circoscritto nell’area Polesana1.
    Fondamentale è stato il suo contributo alla danza popolare, che ha permesso al Veneto di disporre di una prima raccolta di danze, che saranno base di riferimento e oggetto di spunto per le successive ricerche sul campo. Inoltre tale raccolta comprende le danze di origine più antica presenti nel repertorio veneto. Un contributo che in ambiente accademico non ha avuto seguito negli anni successivi. Si dovrà  aspettare più di vent’anni prima che due studiosi amatoriali di etnocoreutica continuino il lavoro dove Cornoldi si era fermato, approfondendo anche la stessa area Polesana.
    Le informazioni disponibili su questo valente etnomusicologo non sono molte2, il suo lavoro di ricerca etnografica fu improntato principalmente sul canto 11 argomento che non tratteremo in questo articolo.

CORNOLDI ETNOCOREOLOGO
La ragione di questa “parziale conversione” ad improvvisato etnocoreologo la ritroviamo nel suo intervento al congresso di studi etnografici italiani del 1952 : […]La mia passione per le tradizioni popolari e il dolore che provo nel vedere a poco a poco scomparire queste gentili usanze, mi hanno spinto a fare qualche cosa che spero possa impedire che questo prezioso patrimonio venga dimenticato, e perciò ho cercato di fermare sulla carta qualcuna delle danze che mi è stato possibile osservare da vicino […] Ho cominciato con la tarantella Sorrentina […] ho cercato di trascrivere la Furlana, ma debbo confessare che sono incerto e dubitoso nei riguardi del Marzuttini […] Come prima ricompensa alle mie fatiche comincio ad avere delle soddisfazioni perché mi accorgo di aver … scoperto della danze mai raccolte prima d’ora, come:  […] il Menacò e la Vilota del Polesine […] nonché vaghe preziose notizie intorno alla famosa Polesana […]” 3.
Leggendo la sezione del suo intervento dedicato alla raccolta e alla trascrizione delle danze popolari4, si evidenzia il suo interesse a promuovere la ricerca etnocoreutica in Italia con un approccio che non disdegna l’aspetto commerciale e la riproposta folklorica.

In particolare dimostra una chiarezza di idee su cosa vuol dire operare sul campo e redigere una pubblicazione sull’argomento, aspetti noti ai ricercatori sul campo, ma sconosciuti e ignorati dai più. Infine se le doti elencate possono essere considerate una opinione personale, è condivisibile l’ultima affermazione sulla dote più indispensabile e preziosa per un ricercatore, che non riguarda solamente quella di conoscere la tecnica della danza in generale, ma quella di conoscere e saper ballare i repertori a ballo popolari e tradizionali Italiani.
[…]  Le difficoltà di redigere un trattato di danze che sia veramente utile e soddisfi alla generale esigenza, risiede anzitutto nella necessità di recarsi sul posto (ciò implica un grande dispendio di tempi e di mezzi) e nella impossibilità di trovare riunite in una sola persona tutte quelle doti che sono necessarie per un’attività così complessa. Infatti occorre: 1) L’etnologo che oltre alla competenza abbia una eccezionale memoria visiva. 2) Il musicista, che possa adattare le movenze e i passi alle battute, incisi frasi musicali, nonché sottoporre con esattezza le sillabe delle canzoni alle note musicali. 3) il coreografo, che sia padrone di una speciale tecnica con cui stenografare tutte le movenze e fissare i passi. 4) Il disegnatore, per schizzare sia la figurazione dei diagrammi che la silhouette (sagoma) dei ballerini, nonché i figurini del costume, ecc. 5) lo studioso della materia che con proprietà stilistica formuli le didascalie delle movenze, disposizioni dei gruppi e curi la fonetica e la metrica delle Canzoni.  Di tutte queste qualità che dovrebbero essere raggruppate in un’unica persona, sembra a me, che la più indispensabile e preziosa sia quello di conoscere a fondo la tecnica della danza in generale[…]” 5

LA RICERCA ETNOCOREUTICA
Nella sezione dedicata alle danze, nel suo libro “Ande, bali e cante del Veneto”6, pubblicazione che raccoglie il lavoro di ricerca in area polesana,  sono presentati i ritrovamenti avvenuti tra il 1950 e il 1960. Cornoldi,  sebbene non fosse un etnocoreologo, dimostra in questa sezione di avere le idee ben chiare sul da farsi. Non è evidente se il ballo fosse una sua passione in quanto ballerino per diletto, una sua missione o entrambe le cose. Tanti sono i meriti che gli si possono riconoscere, ma per l’importanza che noi diamo alla questione metodologica, la sua descrizione su come sono stati raccolti è per noi la più importante. Un merito che fa apprezzare e agevolare la lettura dei risultati e di conseguenza comprendere la consistenza dei ritrovamenti e la loro valenza. Questo ci ha permesso di formulare ulteriori osservazioni riportate in seguito nel presente articolo.
Altro riconoscimento è la sua coraggiosa dichiarazione che i ritrovamenti sono relativi a balli dismessi e che quanto presentato sono ricostruzioni sulla base delle varie testimonianze raccolte. Cornoldi conferma indirettamente già ai suoi tempi,  quanto noi stessi abbiamo constatato durante il nostro lavoro e riportato nella nostra pubblicazione, cioè la totale decontestualizzazione del ballo popolare già a partire dal primo dopoguerra mondiale 7.

La sua affermazione sui balli in dismissione è considerata da noi coraggiosa e di grande onestà intellettuale, rispettosa di quello che è stato il decorso storico e antropologico di quel periodo. Infatti il ballo oramai decontestualizzato all’interno delle comunità locali,  continuava ad essere praticato occasionalmente dai soli depositari9
[…] Cambia il modo di usufruire del ballo. Da riservato e privato, ristretto a particolari contesti rituali della comunità, ad occasionali opportunità in locali privati, spazi all’aperto o osterie, si passa a un approccio di tipo commerciale, finalizzato al profitto. Il ballo diventa pubblico, eseguito in ambienti ad esso dedicati e si rivolge a una più vasta utenza amplificando la quantità dell’offerta con riproposte e creazioni di nuovi balli e musiche, cercando di soddisfare l’esigenza estetica e di divertimento di ciascuno.[..]8
E’ da questa sua consapevolezza che si presume sia nata la volontà di ricostituire un “corpus di balli popolari Veneti” per una riproposizione folclorica, e questo spiegherebbe il perché abbia operato, almeno secondo le nostre osservazioni, in un modo alquanto singolare. La sua attenzione sembra non essere principalmente dedicata alla attività di documentazione etnografica, ma piuttosto focalizzata sulla ricostruzione delle danze.
Una attività che, da quanto abbiamo osservato, talvolta appare forzata, come nel ballo della Furlana, della Gagliarda e in particolare della Polesana, ed altre volte solleva perplessità sulle scelte operate, come nella Monferrina, nella Quadriglia, nel Trescon e la Costejana e nella Vilota.

IL tempo ha decretato il successo dell’intento di Cornoldi. Nell’ambiente del Folk revival Veneto il suo lavoro è stato apprezzato ed è diventato un importante punto di riferimento: la gran parte dei balli ricostruiti sono stati inclusi nel repertorio di riproposta (Gagliarda, Valsivien, Manfrina Polacca, Polesana, Menacò).

OSSERVAZIONI
Per motivare le osservazioni suddette, sulla forzatura nella ricostruzione e sulla perplessità relativamente ad alcune scelte operate, è necessario entrare nel merito del suo lavoro di etnocoreologo.  Precisiamo che non vi è da parte nostra nessuna volontà di giudicare un lavoro che abbiamo fin da subito riconosciuto fondamentale nel percorso di etnografia della danza popolare Veneta, quanto piuttosto la necessità di comprendere le scelte operate per una  corretta lettura.

PREMESSA
Sono stati presi in considerazione i balli presenti nel capitolo 1 “Balli etnici” e 3 “Il ballo della Polesana e la sua origine”. Mentre i balli del capitolo 2, chiamati dall’autore  “Balli di figurazione anche detti balli prematrimoniali” sono stati tralasciati in quanto comuni e presenti in molte altre regioni italiane.
Cornoldi ha classificato i balli sulla base della sua competenza di etnomusicologo22
– Canzoni a ballo
– Danze strumentali (che possiedono una propria musica)
– Balli di Figurazione (che utilizzano una musica qualsiasi).

Sono volutamente tralasciati i “nuovi balli”, intendendo con tale termine i balli di coppia girati: il Valzer, la Mazurka, il Sotis (Schottisch), la Polca, il Schetting, ecc.
La sua competenza musicale sarà il fulcro della sua ricerca. Come si può constatare dalle sue varie affermazioni all’interno del testo, spesso la ricerca del ballo parte dal ritrovamento del canto a ballo (esempio Cori-cori Bepi, Nio) oppure della musica (Gagliarda). Per poter ricostruire un ballo è necessario quindi che vi sia l’appropriato accompagnamento musicale.
I ritrovamenti sono riportati utilizzando una struttura di presentazione fissa: un testo iniziale, se la scheda coreografica è mancante, di una descrizione del ballo, e/o di alcune ulteriori informazioni che qualificano o testimoniano il ritrovamento; una partitura musicale, se presente; la coreografia, se presente, è il risultato del minuzioso lavoro di ricostruzione, presentato in una scheda coreutica suddivisa in tre colonne; Battute musicali, passi corrispondenti e relativi movimenti; solitamente, ma non sempre, sono indicati località e anno (si presume di ritrovamento  del ballo o della musica) e talvolta i nomi degli informatori (è il caso del Menacò e della Polesana).
I balli ritrovati sono in tutto 14 di cui 9 aventi una origine antecedente al 1800 e 5 considerati di origine Ottocentesca (tra cui Cori-cori Bepi).
I ritrovamenti possono essere classificati in tre categorie :
I. Balli “completi”  di cui è riuscito a ricostruire la coreografia e a recuperare/associare una musica (ante Ottocento: Gagliarda; Trescone del Polesine; Polesana; Menacò; Ottocento: Valsivien; Manfrina Polacca).
II. Balli “incompleti”  con descrizione del ballo, con o senza musica, dove l’autore solleva ancora dei dubbi  (ante Ottocento: Vilota; Furlana del Polesine).
III. Testimonianze  (ante Ottocento: Trescon e la Costejana; Nio; Crigherdanz; Bergamasca del Polesine; Ottocento: Quadriglia; Cori-cori Bepi).

 

PERPLESSITA’ EVIDENZIATE

    1. Monferrina – categoria III “Testimonianze”
      Cornoldi nell’elencare i balli peculiari in Polesine, distingue la Monferrina e la Manfrina Polacca12. Inoltre afferma che la Monferrina fu uno dei balli tra gli ultimi a scomparire13.  Sebbene poi non si comprende su quale base sostenga : […] la Monferrina, il Menacò e la Quadriglia […] Queste tre danze, come pure, qualche altra che vedremo si articolavano in due parti: “Spasso” e “Balletto”. La prima è costituita dal passeggio delle coppie che (sempre a suon di musica) camminano a braccetto attorno allo spiazzo in senso contrario alle lancette dell’orologio così da dare la possibilità a uno dei suonatori di riscuotere dal cavaliere di ciascuna coppia il pagamento dovuto di una o di mezza palanca… La seconda parte consiste nel ballo vero e proprio con la sua coreografia.[…]  L’affermazione solleva alcune perplessità: 1.  non si comprende se a seguito di questa affermazione abbia o meno ritrovato la testimonianza del ballo, sebbene la risposta risulterebbe negativa, in quanto non è presente nei balli ritrovati . 2. Generalizza nell’associazione che fa sulla struttura coreografica con gli altri due balli per esempio non specifica a quali Contraddanze o Quadriglie si  riferisca. 3. Sappiamo che aveva indagato ed era a conoscenza di balli tradizionali di altre regioni italiane. La citazione potrebbe rifersi in modo generico ad altre realtà dove la monferrina veniva eseguita.  4. Probabilmente l’unica informazione raccolta riguardava il pagamento della festa o del ballo, ma non si comprende su quale base sostenga che “la seconda parte sia il ballo vero e proprio con la sua coreografia“.   Comunque questo comportamento è parzialmente strano perché la monferrina o manfrina, come comunemente viene chiamata in Veneto, è per testimonianza e ritrovamenti uno dei balli più presenti in area veneta. Utilizziamo il termine ” parzialmente”, perché la successiva ricerca14 conferma il ritrovamento della sola Manfrina Polacca in area polesana con coreutica diversa, e ribadisce che la Manfrina era diffusa con diverse varianti in tutte le zone in cui era stata effettuata la ricerca15. Inoltre come abbiamo dimostrato nella nostra pubblicazione16 la Manfrina Polacca, conosciuta in Friuli e in Romagna con il nome di Vinca o Vinchia è una danza creata nella seconda meta dell’Ottocento da un maestro di ballo francese chiamato François Paul  da lui chiamata “Polka des bebés” nota anche con il nome di Baby Polka o Badoise, visibile in questo link. Salvo nuovi ritrovamenti o documentazione a supporto, l’affermazione sulla presenza della Monferrina in Polesine ad oggi non è confermata  né documentata. Se assumiamo l’ipotesi che fosse stata presente nell’area, nel periodo nel quale operò Cornoldi il ballo risultava già scomparso.
    2. Quadriglia – categoria III “Testimonianze”
      Anche per questa danza sostiene che è una tra le ultime a scomparire13. Le informazioni riportate a livello popolare delineano una buona presenza nell’area polesana. Non è chiaro il motivo del perché non abbia riportato i ritrovamenti, limitandosi alla sola testimonianza. I successivi ricercatori lo faranno in quanto, sebbene trattasi di quadriglie a 4 coppie, i balli raccolti si presentano con nomi e coreutiche diverse tra loro. Il fatto che cita che a Lendinara e Badia preferivano il genere detto Lancieri, cioè la Quadriglia danzata nei saloni da ballo francesi Ottocenteschi, potrebbe averlo indotto a non considerare il ballo di origine popolare. Tuttavia sarebbe stato utile almeno aggiungere la motivazione della scelta di tralasciare la raccolta di eventuali coreografie.
    3.  Costejana e Trescone – categoria III “Testimonianze”
      ‘La Costejana è il ballo in assoluto con la più breve descrizione: ” Era costituito da due coppie e comportava la figura del “moulinet”17. Sul  nome del titolo riporta una nota :” Forse veniva chiamato così perchè si ballava a Costa di Rovigo”. Il ballo è riportato dopo la presentazione dell’altro Trescone, quello denominato “del Polesine”, ballo completo in tutte le sue parti (descrizione, musica e scheda coreografica). E’ strano che non siano riportate almeno le informazioni di base che lo qualificano (area di ritrovamento, informatore, ecc.).
    4. Vilota – categoria II “Ballo incompleto”
      La sottotitola apocrifa, in quanto a suo dire non corrisponde all’effettiva essenza della tradizionale Vilota18. Una affermazione particolare in quanto non motiva quale sia “l’effettiva essenza di questo ballo” e quindi non si comprende su che base formuli il giudizio. Inoltre è chiaro dalle affermazioni successive, che lui stesso ha dei dubbi sulla identificazione del ritrovamento, dichiarando che potrebbe assomigliare a una Gagliarda, o a un Saltarello o al Crigherdanz. Se i dubbi sollevati dall’autore possono essere accettabili, egli non fornisce comunque una chiave di lettura che chiarisca come considerare il ritrovamento presentato. Evitiamo di esporre ulteriori osservazioni in quanto la questione del ballo della Furlana e della Vilota sono di complessa argomentazione. Rimandiamo alla nostra pubblicazione eventuali chiarimenti.
      FORZATURE EVIDENZIATE
    5. Furlana – categoria II “Ballo incompleto”
      L’autore dichiara : ” La musica che riportiamo fu ricostruita nel 1914 dall’ing. Gino Casellati di Adria che vi aggiunse un accompagnamento “ricco di raffinatezze armoniche” 19.  Lasciamo la parola a chi già precedentemente aveva sollevato dei dubbi sull’operazione “musicale” fatta dall’autore.  Pinna-Dalla Valle-Tombesi nel loro libro dichiarano: “Sembra strano che lo stesso Cornoldi, che pure conosceva il motivo su cui nel Polesine e in zona lagunare venivano cantate le Vilote non abbia potuto vedere il ballo della Furlana danzato su quello stesso motivo“20.  Non entriamo nel merito dell’aspetto coreutico in quanto Cornoldi ha più volte evidenziato i suoi dubbi sulla coreografia21.
    6. Gagliarda – categoria I “Ballo completo”
      Lo stesso Cornoldi a seguito della scheda coreutica afferma : ” La prima parte della G. ricorda i balli accademici dell’ambiente di corte per cui è probabile si tratti di un fenomeno di discendenza da una danza antica o da un ballo di società “. La seconda parte ricorda il ballo della Volta, che richiama un ballo di origine popolare23. Sappiamo che Cornoldi segnala il ritrovamento di una musica di Gagliarda suonata su organetto a bottoni, uno degli esempi rimastici di musica antica24. Solitamente il ballo popolare presenta coreografie con passi semplici. Lo abbiamo riscontrato in particolare confrontando le quadriglie a 4 coppie insegnate nel Saloni di Danza Francesi e quelle raccolte di origine popolare. Quindi abbiamo delle perplessità su un ballo con due parti così diverse appunto riguardanti apparentemente due balli distinti. Sappiamo che Cornoldi era a conoscenza del revival dei balli antichi in costume in voga negli ambienti borghesi aristocratici dei primi decenni del Novecento sia in Italia che all’Estero, dove la Gagliarda ebbe un buon successo.  In ambiente  folk revival. il ballo non ebbe un grande riscontro, tanto che non viene più riproposto e ballato.
    7. Polesana – categoria I “Ballo completo”
      Durante la trasmissione “Tratturi, le vie dell’etnodanza, viaggio nel balli tradizionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia”25, alla quale partecipammo come relatori, un ascoltatore ci chiese se la Polesana era da considerare un ballo del repertorio Veneto. In quella occasione esponendo le varie perplessità concludemmo che comunque era da considerare parte del repertorio. Tuttavia vorremmo precisare a quell’ascoltatore come ad altri interessati quanto segue.
      Cornoldi dedica un capitolo intero a questo ballo, con il titolo “Il ballo della Polesana e la sua origine”. Se pensiamo che 17 delle 40 pagine dedicate alle danze sono solamente per la Polesana ci fa intuire che ci dovesse essere un forte interesse da parte dell’autore nel voler trattarla. Lo scritto è un percorso storico articolato che inizia con la spiegazione della presenza del canto nel Polesine, della sua contestualizzazione, della sua funzione a ballo, le testimonianze che confermano la presenza del ballo in area polesana-veneta ed infine la sua scheda coreutica.26.
      Cornoldi dichiara:“[…] le ultime testimonianze della sua sopravvivenza le abbiamo trovate in Val Camonica (BS-BG), a Pinzolo, in Val Rendena (TN), e a San Donà di Piave (VE)”[…]27.
      A parte l’unica testimonianza raccolta a San Donà di Piave da un informatore che l’aveva vista eseguire durante il 1918-19, mentre si trovava mobilitato come soldato in quella zona di guerra,  nel testo non sembrerebbero esserci altre conferme di ritrovamenti sulla coreutica del ballo in area Veneta. Cornoldi ricostruisce la danza sulla testimonianza della informatrice M.Rita Moratti di Martinengo (BG)  che l’aveva danzata per l’ultima volta quand’era giovinetta verso gli anni 1920-22. Si presume, anche se non esplicitato, che l’informatrice l’abbia ballata a Martinengo, suo paese d’origine.
      Di Carnevale o durante la villeggiatura estiva, dalla Val Camonica, dalla Valle Brembana scendevano a Martinengo dei girovaghi con i loro organetti a rullo e organetti di Barberia. Fra i pezzi di repertorio non mancava mai (perché insistentemente richiesta) la Polesana, ivi detta Polesina.29
      La scheda coreutica dell’autore  permetterà all’ambiente del folk revival di acquisire il ballo e di inserirlo nel repertorio di riproposta dei balli Veneti. Quello che possiamo dire è che sebbene sia stata dimostrata la presenza del canto a ballo e la testimonianza della danza in area veneta, l’aver ricostruito il ballo acquisendolo da un’altra area di provenienza, quella bergamasca, in quanto non più presente in area Veneta, è per noi da considerarsi una forzatura.

    CONCLUSIONE
    Non possiamo non concludere con un grande ringraziamento per il prezioso lavoro svolto da Cornoldi, in un periodo nel quale si iniziava a chiedersi se la danza popolare dovesse essere oggetto di studio 30. Ciò che ad oggi non è stato ancora chiarito in area Veneta, è un constatato storico silenzio, sebbene Cornoldi avesse sollevato un grido di allarme sulla perdita di una parte della cultura popolare intangibile. Un silenzio che è durato per più di due decenni, permettendo che la grande parte di tale cultura cadesse definitivamente nell’oblio con la scomparsa dei depositari. Un silenzio interrotto da una nuova ricerca sul campo portata avanti da studiosi amatoriali cultori di tale disciplina.

    Note piè di pagina
    1Se non prendiamo in considerazione il ballo della Polesana la cui ricostruzione è relativa alla Polesana della Val Camonica (BS-BG).
    2Le informazioni a nostra disposizione rimangono quelle citate in questo articolo e quelle relative alle sue pubblicazioni riscontrabili via internet.
    3“Atti del Convegno di Napoli sugli Studi Etnografici, intervento del relatore A. Cornoldi nella seduta del 18 Settembre 1952, sezione “la raccolta e la trascrizione delle danze popolari”. pp.426-443
    4L’intervento è suddiviso in due sezione. La prima intitolata “Ande e cante del Polesine”, la seconda “la raccolta e la trascrizione delle danze popolari”.
    5A.Cornoldi Intervento nella seduta del 18 Settembre 1952, sezione “la raccolta e la trascrizione delle danze popolari” Atti del Convegno Studi Etnografici pp.437-443
    6A.Cornoldi, Ande, bale e cante del Veneto, ed. Rebellato, Padova 1968
    7D.Fiorin-M.Bortolato, Na òlta la era cussì, 3a ed. 2021, capitolo “Dismissione del ballo”, pp.68-69

    8Ibidem, p.24 
    9Ibidem, capitolo “Dismissione del ballo”, pp.68-69

    10A.Cornoldi, Ande, bale e cante del Veneto, op.cit.
    11Informazioni dedotte dalla bibliografia presente nel catalogo della biblioteca Nazionale Centrale di Firenze link

    12A.Cornoldi, Ande, bale e canti del Veneto, ed. Rebellato Padova 1968 p.347
    13Ibidem p.348
    14Dalla Valle-Pinna_Tombesi, Strumenti Musiche e Balli tradizionali nel Veneto,  ed. Forni, Bologna 1987,
    15Ibidem, p 35

    16D.Fiorin-M.Bortolato, Na òlta la era cussì, 3a ed. 2021, p.30

    17A.Cornoldi, Ande, bale e canti del Veneto, ed. Rebellato Padova 1968 p.363
    18Ibidem p.366
    19Ibidem p.351
    20Dalla Valle-PInna Tombesi, op.cit. p.77
    21A.Cornoldi, Atti del convegno di Studi etnografici, Napoli 1952 p.442;  A.Cornoldi, Nuovi Contributi per risolvere il problema della furlana veneziana, Rivista Lares, anno XXXIV, 1968fasc.1-2 pp.129-155
    22A.Cornoldi, Ande bali e cante del Veneto, op.cit, p.26
    23Ibidem p.354
    24Ibidem
    25TRATTURI, Le vie dell’etnodanza in Italia, Viaggio nei balli tradizionali del VENETO e FRIULI VENEZIA GIULIA a cura di G.Pino Gala e Fitp federazione italiana tradizioni popolari, 27 Maggio 2021
    26A.Cornoldi, Ande bali e cante del Veneto, op.cit, pp.370-387
    27Ibidem p.378
    28Ibidem pp 380-383

    29 Ibidem
    30vedi articoli sul web La disciplina coreologica in Europa. Problemi e prospettive, Antropologia della danza: una disciplina in espansione, A Passo Lento L’Italia Entrò in Ballo Dai Balli Locali

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